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21/06/2019, 13:11

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Stasera-su-Rai-2-FALCHI-di-Toni-D’Angelo
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 Alle 23 su Rai 2 andrà in onda il film di Toni D’Angelo con Fortunato Cerlino, Michele Riondino e Stefania Sandrelli



Stasera su Rai 2 alle ore 23 andrà in onda FALCHI il 4o film da regista di Toni D’Angelo (il 5o considerando il bel documentario "Filmstudio mon amour"), con Fortunato Cerlino, Michele Riondino, Stefania Sandrelli, Xiaoya Ma, Pippo Delbono, Aniello Arena, Salvatore Striano, Carmine Paternoster, Oscar Di Maio, Gaetano Amato, Massimiliano Rossi, Carlo Caracciolo, Alessandra Cao e la partecipazione di Nino D’Angelo.


La storia si svolge a Napoli. La città delle mille contraddizioni.
Fortunato Cerlino e Michele Riondino sono Peppe e Francesco, due falchi, poliziotti della Sezione Speciale della Squadra Mobile. In sella alla loro moto, portano la legge tra i vicoli più malfamati della città, usando spesso metodi poco convenzionali.


La loro vita, già ricca di tensione, viene sconvolta da una tragedia personale e professionale. In preda allo sconforto e assetati di vendetta, ingaggeranno una lotta senza esclusione di colpi contro una potentissima e spietata organizzazione criminale cinese.


Toni D’Angelo parla del film

Falchi’ vuole essere una storia universale narrata con il pathos dei grandi classici della tragedia greca, a partire dalla quale tutto è stato raccontato ma prendendo forme diverse nel corso dei secoli, subendo una continua evoluzione. Ed è da questo flusso d’emozioni che ho attinto i grandi temi dell’amore, dell’amicizia e del tradimento facendoli confluire nel genere del melodramma. 


Durante la preparazione e sul set poi, mi sono lasciato ispirare visivamente da un filone cinematografico al quale sono particolarmente affezionato: quello di Hong Kong negli anni ’90, con i suoi melò, polizieschi e noir raccontati da grandi registi. E proprio come accadeva con Johnnie To o John Woo, anche in ’Falchi’ non ho cercato una rappresentazione neorealistica della verità, quanto piuttosto una ricostruzione credibile della realtà attraverso la spettacolarità. 


Così facendo, anche la violenza utilizzata attraverso le immagini diventa una metafora ma non un riflesso vivo della vita. 
La location è quella di una città dove affondano le mie radici, culturali e familiari. Ciò nonostante, Napoli è un luogo che può essere tanto rappresentativo quanto generico, universale appunto. Ed è per questo che ho voluto rendere la città un non luogo, evitando di conferire una geografia precisa ma rendere le strade, le piazze e i vicoli come un teatro di posa a cielo aperto, all’interno del quale si fondono e si spaccano le diverse culture che popolano l’ambiente metropolitano.


L’unico elemento riconoscibile all’interno di un contesto di napoletanità, è quello della musica, fedele ad una cultura partenopea fortemente legata al genere del melodramma come poche altre sonorità sono in grado di esserlo in Italia. 


Chi sono i "falchi"?

I Falchi sono una sezione speciale della squadra mobile della Polizia di Stato, preposta alla lotta alla "criminalità diffusa". In borghese e in sella alla moto, contrastano il crimine per i vicoli delle città laddove le volanti non riescono ad arrivare. Tra le tante città d’Italia in cui questo Corpo opera, Napoli è sicuramente quella in cui questi poliziotti in borghese si sono maggiormente distinti. Proprio per questo sono oggi figure leggendarie e, allo stesso tempo, ambigue, visto il loro modo, molto spesso non convenzionale, di contrastare il crimine. 


La Sesta Sezione della Squadra Mobile della polizia è nata nel 1974 quando il questore Pasquale Colombo ottiene il nulla osta per formare una squadra che combattesse il dilagante problema dei furti e scippi in strada.
Colombo sceglie il funzionario anticrimine Romano Argenio, di appena 30 anni,  per guidare la nuova sezione che si oppone alla criminalità di strada. Nella diffusione della delinquenza a Napoli e con la forte presenza nella città della camorra, la squadra si muove in modo agile e invisibile per reprime i crimini nelle strade. 


Dopo il successo registrato a Napoli, la sezione dei Falchi si è diffusa nelle maggiori città d’Italia, tra le altre: Palermo, Bari, Taranto, Roma, Milano e Napoli.
I Falchi sono prima di tutto poliziotti, ma con alcune caratteristiche speciali. I componenti della squadra si muovono per le strade della città in borghese e lo fanno in moto per essere più agili. Devono essere veloci, silenziosi ed efficaci - proprio come falchi - per rispondere alla criminalità che si consuma nelle strade. Ai Falchi è richiesto di essere abili nella guida della moto, sono giovani e decisi, non dei semplici "poliziotti da scrivania". 


Devono essere risoluti e pronti all’azione. Sempre in borghese - e in coppia - non devono attirare l’attenzione. Talvolta utilizzano alcuni segni distintivi, come i soliti occhiali da sole, o della stessa giacca di pelle (anche in estate) per riuscire a riconoscersi tra loro. Il lavoro in borghese e nelle strade porta un contatto più diretto con il crimine. 


I protagonisti del film Falchi - Peppe e Francesco - si trovano faccia a faccia con la delinquenza napoletana e questo provoca un contraccolpo nelle loro vite private. Si muovono tra le maglie della legge per riuscire a portare allo scoperto alcuni criminali, arrivando a parlare anche stessa la lingua del crimine. 


Francesco soffre ormai di attacchi di panico, negando il problema, e cura i suoi disturbi con l’abuso di psicofarmaci e droghe. Peppe vive una vita solitaria sulla costa napoletana, e quando è fuori servizio si dedica all’addestramento di cani da combattimento.

14/06/2019, 17:17

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A-Napoli-e-Taranto-si-gira-"Il-Commissario-Ricciardi"-la-serie-tv-tratta-dai-romanzi-di-de-Giovanni


 Sono iniziate le riprese della serie tv tratta dai celebri romanzi di Maurizio de Giovanni. Ad interpretare il commissario è Lino Guanciale



Sono iniziate il 23 maggio le riprese di "Il Commissario Ricciardi", la nuova serie targata Rai Fiction, tratta dai romanzi di successo di Maurizio de Giovanni, pubblicati da Einaudi.


La fiction, scritta dallo stesso de Giovanni con gli sceneggiatori Salvatore Basile, Viola Rispoli e Doriana Leondeff, è diretta da Alessandro D’Alatri e vede come protagonista Lino Guanciale nei panni del commissario Luigi Alfredo Ricciardi.


Nel cast anche Serena Iansiti (Livia), Maria Vera Ratti (Enrica), Antonio Milo(Maione), Enrico Ianniello (Dr Bruno Modo), Fabrizia Sacchi (Lucia Maione), Nunzia Schiano (Rosa), Peppe Servillo (Don Pierino), Mario Pirrello (Garzo), Adriano Falivene (Bambinella), Massimo De Matteo (Padre Enrica), Susy Del Giudice (Madre Enrica) e Marco Palvetti (Falco).


Prodotta da Rai Fiction con Clemart, la serie andrà in onda prossimamente in prima serata su Rai 1.


Le riprese si svolgeranno a Napoli e Taranto e avranno una durata di circa 23 settimane.


Nel cast tecnico: Davide Sondelli (direttore della fotografia), Carlo De Marino(scenografie) e Alessandra Torella (costumi).


La serie è realizzata con il sostegno di Apulia Film Fund di Regione Puglia e Apulia Film Commission, con il Patrocinio del Comune di Taranto e in collaborazione con la Film Commission Regione Campania.


LA TRAMA

Siamo nel 1932. Luigi Alfredo Ricciardi ha trent’anni ed è commissario della Mobile di Napoli. Catturare gli assassini è la vocazione e l’ossessione di Ricciardi, che si porta dentro un terribile segreto, una maledizione ereditata dalla madre.


Vede il fantasma delle persone morte in modo violento. La madre, consapevole del carico di dolore che il piccolo Luigi Alfredo dovrà sopportare, lo ha avvertito prima di morire: "Non commettere il mio stesso errore, non avere figli, altrimenti li condannerai come io ho fatto con te".


Come si può invitare una donna a condividere la vita con un uomo tormentato dai fantasmi dei morti, che gli sussurrano per giorni e giorni il loro ultimo pensiero? Per questo Ricciardi si dedica in modo totalizzante al suo lavoro, indagando sui casi più spinosi e complicati.


Gli manca la maggior parte degli strumenti usati oggi per risolvere i delitti, ma è dotato di straordinarie doti intuitive, di un’ossessiva tenacia ed è come guidato dalle ultime parole delle vittime, che sembrano sollecitarlo a cercare giustizia. Ricciardi è circondato da un’aura di mistero, che allontana i suoi colleghi: sia il diretto superiore, Garzo, e sia i subordinati.


Uniche eccezioni, il brigadiere Maione e il medico legale Modo, suoi stretti collaboratori: di loro si fida e li considera suoi amici. La sua solitudine, che divide con l’anziana tata Rosa, è scalfita dall’incontro con due donne, diverse ma ugualmente affascinanti.


Una, Enrica, incarna la quieta normalità degli affetti familiari cui Ricciardi aspira; l’altra, Livia, rappresenta la sensualità e la passione, da cui si sente attratto. Quale delle due riuscirà a fare breccia nel cuore del commissario?


14/06/2019, 10:32

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"Selfie"-di-Agostino-Ferrente
"Selfie"-di-Agostino-Ferrente
"Selfie"-di-Agostino-Ferrente
"Selfie"-di-Agostino-Ferrente


 Attraverso lo sguardo di Alessandro e Pietro, due ragazzi del Rione Traiano, Agostino Ferrente gira "Selfie" lasciando ai protagonisti il compito di "Auto-riprendersi" con il cellulare



Napoli, Rione Traiano. Nell’estate del 2014 un ragazzo di sedici anni, Davide, muore, colpito durante un inseguimento dal carabiniere che lo ha scambiato per un latitante. Davide non aveva mai avuto alcun problema con la giustizia. Come tanti adolescenti, cresciuti in quartieri difficili, aveva lasciato la scuola e sognava di diventare calciatore.


Anche Alessandro e Pietro hanno 16 anni e vivono nel Rione Traiano. Sono amici fraterni, diversissimi e complementari, abitano a pochi metri di distanza, uno di fronte all’altro, separati da Viale Traiano, dove fu ucciso Davide. Alessandro è cresciuto senza il padre, che dopo la separazione dalla madre si è trasferito lontano da Napoli. Ha lasciato la scuola dopo una lite con l’insegnante che "pretendeva" imparasse a memoria "L’Infinito" di Leopardi.


Ora fa il garzone in un bar: guadagna poco, non va in vacanza ma ha un lavoro onesto in un quartiere dove lo spaccio, per i giovani disoccupati, è un ammortizzatore sociale di facilissimo accesso. Pietro ha frequentato una scuola per parrucchieri, ma al momento nessuno lo prende a lavorare con sé. Il padre, pizzaiolo, ha un lavoro stagionale fuori città e torna a casa una volta alla settimana, mentre la madre è andata in vacanza al mare con gli altri due figli. Lui, invece, ha deciso di passare l’estate al rione, per fare compagnia al suo migliore amico e iniziare una dieta che rinvia da troppo tempo.


Alessandro e Pietro accettano la proposta del regista Agostino Ferrente di auto- riprendersi con il suo iPhone per raccontare in presa diretta il proprio quotidiano, l’amicizia che li lega, il quartiere che si svuota nel pieno dell’estate, la tragedia di Davide. Aiutati dalla guida costante del regista e del resto della troupe, oltre che fare da cameraman, i due interpretano se stessi, guardandosi sempre nel display del cellulare, come fosse uno specchio, in cui rivedere la propria vita.


Una disputa allontana i due amici: Alessandro preferirebbe venisse raccontato solo il loro rapporto e il resto delle cose belle del rione, ché di quelle brutte parla già quotidianamente la stampa. Pietro, al contrario, non vorrebbe tacere nulla, perché solo così lo spettatore potrà capire quanto è difficile per loro, in quel contesto, vivere una vita "normale".


Il racconto in "video-selfie" di Alessandro e Pietro e degli altri ragazzi che partecipano al casting del film viene alternato con le immagini gelide delle telecamere di sicurezza che sorvegliano come grandi fratelli indifferenti una realtà apparentemente immutabile, con i ragazzi in motorino che sembrano potenziali bersagli in un mondo dove la criminalità non sembra una scelta ma un destino che ti cade addosso appena nasci.


"Selfie" è un film fatto interamente di sguardi dove il rione appare ai due ragazzi come una parafrasi dell’Infinito di Leopardi, che Alessandro prova finalmente a raccontare: circondato da un muro che esclude la conoscenza di tutto ciò che sta al di là e che forse, si augura, un giorno, almeno i suoi figli potranno finalmente scoprire.


Il regista Agostino Ferrente parla di "Selfie"

Dopo L’Orchestra di Piazza Vittorio e Le cose belle, avevo giurato di non realizzare più documentari. Avevo sofferto troppo entrando nelle vite delle persone coinvolte: non so fare documentari diversamente, ho bisogno di immergermi a fondo nella realtà che voglio raccontare, fino a diventarne parte. Non so realizzare documentari d’osservazione, raccontare in maniera neutra. No: io sprofondo nella realtà di cui mi innamoro e non voglio più raccontarla, voglio modificarla, "ripararla".


Ma poi venni a conoscenza della storia di Davide. Se ne era parlato molto tra giornali e talk show e mi aveva colpito la facilità con cui un ragazzino colpevole solo di avere l’età sbagliata nel momento e nel posto sbagliati, per molti era diventato il colpevole e non la vittima: a poche ore dalla notizia il tritacarne del pregiudizio sociale aveva già sentenziato che si trattava di un potenziale delinquente e che quindi, in fondo, era solo "uno in meno".


Gianni Bifolco, il papà di Davide, mi aveva dato appuntamento al Bar Cocco. Gli raccontavo che non volevo realizzare un’inchiesta sulla dinamica dell’accaduto, anche volendo non ne sarei stato capace, volevo piuttosto provare a raccontare il contesto nel quale quella tragedia assurda si era consumata. Per questo mi sarebbe piaciuto incontrare ragazzi del rione che avevano la stessa età di Davide quando era stato ucciso. Era capitato a lui, ma poteva succedere a loro.


Volevo che, partendo dalla sua storia, raccontassero se stessi e il proprio universo. Mentre riferivo il mio progetto ci venne incontro l’inserviente del bar, un ragazzino con la faccia magra da adolescente che andava di fretta perché doveva prepararsi per la festa della Madonna dell’Arco. Gli chiesi se gli andava di filmare la cerimonia con il mio smartphone, pregandolo di tenersi sempre nell’inquadratura. Lui accettò e mi colpì perché durante la processione si commosse ma non smise di filmare se stesso tra le lacrime, con la statua della Madonna alle sue spalle.


Il giorno dopo si presentò da me, sempre al bar Cocco, un ragazzo paffutello e con i baffi, che si definiva il migliore amico di Alessandro. Sembrava molto più grande ma giurava di avere anche lui 16 anni.. Chiesi ad entrambi di "farsi" un provino col mio iPhone in una scuola appena ristrutturata e già in abbandono. Avevo convocato anche altri ragazzi con loro, ai provini, perlopiù amici intimi Davide, oltre ad alcune ragazzine e qualche bambino. Ma era già chiaro: i protagonisti del film sarebbero stati loro due, Alessandro e Pietro.


Ho consegnato loro due cellulari, affinché, attraverso l’espediente del selfie "responsabilizzato", si annullasse ogni filtro tra loro e il regista (il primo spettatore del film) e i due, privati dell’ansia della prestazione indotta da una telecamera usata da un operatore, si potessero concentrare di più su quello che dicono e fanno.


Ma non avevo intenzione di subappaltare, anche solo in parte, la regia del film, non cercavo un documentario "partecipato": ho solo chiesto ai miei protagonisti di essere al tempo stesso anche cameraman, col compito di auto-inquadrarsi, da me guidati, guardandosi sempre nel display del cellulare come se fosse uno specchio: in cui rispecchiare sé stessi e il mondo alle loro spalle, così che quello specchio potesse diventare lo schermo cinematografico - per vedere (farci vedere) Alessandro e Pietro che osservano se stessi e il proprio contesto sociale e umano, la loro vita: i quartieri popolari di Napoli sono stati raccontati in lungo e in largo.


Anch’io nel mio piccolo l’ho fatto, cercando "le cose belle" nascoste tra le rovine dovute frutto del disinteresse delle istituzioni, i fiori che resistono, nonostante tutto. La mia nuova ossessione era raccontare gli sguardi di questi ragazzi, concentrandomi non su quello che vedono, che oramai tutti conosciamo, ma sui loro occhi che guardano.





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