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10/01/2019, 13:27

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Il-10-gennaio-2015-moriva-Francesco-Rosi
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 In ricordo del regista napoletano a 4 anni dalla scomparsa: tra neorealismo e Cinema politico è stato uno dei più grandi innovatori della Settima Arte



Il 10 gennaio 2015 si spegneva nella sua casa di Roma il regista napoletano Francesco Rosi, uno dei più grandi innovatori della Storia del Cinema.

Nato a Napoli nel 1922, come autore si afferma nel 1958 con La sfida, che ottiene il Premio Speciale della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia. In quel film, girato nel mondo della malavita che condiziona il mercato ortofrutticolo di Napoli, come nel successivo I magliari (1959, premiato al Festival di San Sebastián), ambientato tra venditori di stoffe e tappeti ai limiti della legalità, è già presente l’impronta cronachistica che diventerà la caratteristica del suo Cinema.


In Salvatore Giuliano (1961), Orso d’argento a Berlino, l’uso di materiale di repertorio caratterizza uno stile da inchiesta giornalistica di efficacia unica nella Settima Arte, inaugurando un nuovo tipo di cinema politico, documentato e legato alla realtà più scomoda, sempre rivolto a capire il presente anche quando parte da materiali storici.


Nel 1963 Francesco Rosi ottiene la definitiva consacrazione vincendo il Leone d’oro a Venezia con Le mani sulla città, film-denuncia delle speculazioni e degli scandali durante gli anni della ricostruzione e del boom economico.


Torna a Venezia nel 1970 con un altro film di forte impegno civile, Uomini contro, tratto da Un anno sull’altopiano di Lussu, mostrando uno sguardo privo di retorica della prima guerra mondiale, ma allo stesso tempo caratterizzato dalla condanna netta della stupidità e disumanità di certo "militarismo".


Il caso Mattei (1972), Palma d’oro a Cannes, segna il ritorno allo stile del reportage nella ricostruzione delle vicende del presidente dell’Eni (interpretato da Gian Maria Volonté, premiato nella stessa rassegna con una Menzione speciale), fino alla sua morte in circostanze mai chiarite, gettando una luce inquietante sulle connivenze tra potere politico e oscure trame destabilizzanti.


Il successivo Lucky Luciano (1975), nuovamente con Volonté, ricostruisce gli ultimi anni di vita che il boss trascorre in Italia portando nella tomba i suoi segreti.

La ricerca costante di materiale per sviluppare il suo cinema d’impegno porta Rosi a rivolgersi in carriera a testi letterari. In Cadaveri eccellenti (1976), premio David di Donatello per il miglior film e la miglior regia, tratto da Il contesto di Sciascia, si sofferma sulla spirale del terrorismo e le compromissioni del potere.


Da Carlo Levi trae Cristo si è fermato a Eboli (1979), David di Donatello per il miglior film e la miglior regia, vincitore al Festival di Mosca, premiato come miglior film straniero ai Bafta, gli "Oscar" britannici.


Rosi realizza quindi Tre fratelli (1981), in cui riflette sugli anni di piombo (David di Donatello per la miglior regia e per la miglior sceneggiatura con Tonino Guerra, Nastro d’argento per la miglior regia), e in seguito Carmen (1984) dall’opera di Bizet (David di Donatello per il miglior film e la miglior regia).


Ê poi la volta di Cronaca di una morte annunciata (1987), tratto dall’omonimo romanzo di Gabriel Garcia Márquez (in Concorso a Cannes), Dimenticare Palermo (1990), scritto con Tonino Guerra e Gore Vidal, e La tregua (1997) da Primo Levi, in Concorso a Cannes, premio David di Donatello per il miglior film e la miglior regia.


In gioventù vicino agli esponenti della cultura napoletana del dopoguerra (Patroni Griffi, La Capria, Ghirelli), Francesco Rosi, prima de La sfida, si forma alla scuola di Luchino Visconti, facendogli da aiuto-regista per La terra trema, ruolo che ha ricoperto anche al fianco di Michelangelo Antonioni e Mario Monicelli. 


Da ricordare oltre alle due pellicole dalla narrativa più classica girate tra il 1965 e il 1967, Il momento della verità (sul mondo delle corride) e C’era una volta (con Sofia Loren e Omar Sharif tratto dai racconti di Basile) le sceneggiature scritte da Rosi per Bellissima di Visconti, Processo alla città di Luigi Zampa, Racconti Romani di Franciolini e Il Bigamo di Luciano Emmer.


Nel 1992 gira per la RAI Diario Napoletano, un documentario che a trent’anni dal suo Le Mani sulla Città cerca attraverso testimonianze e immagini di verificare lo stato della città del Vesuvio, di un territorio frutto di quella devastazione cominciata durante il boom economico e proseguita senza interruzione.


«Il legame del regista con Napoli è stato sempre indissolubile così come lo sguardo critico con cui non ha mai smesso di guardare alle storture della propria città natale.


La sua opera e il modo di raccontare avvenimenti del paese in maniera rigorosa a livello morale riuscendo a fare Cinema su temi sociali di stringente attualità  ha influenzato generazioni di cineasti di ogni parte del mondo, e ha reso Rosi figlio di quel Neorealismo nato nel dopoguerra e padre del Cinema politico degli anni ’60 e ’70;


segno distintivo del lavoro del regista napoletano è stata la capacità di raccontare eventi, persone e situazioni reali attraverso ricerca e documentazione continua e scrupolosa, senza mai dimenticare la grande lezione artigianale del buon cinema americano»,  come diceva Fellini.




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