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15/01/2019, 17:01

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Ai-Magazzini-Fotografici-"Raoul-Coutard:-la-Cine-fotografia-della-Nouvelle-Vague"


 Ai Magazzini Fotografici di Napoli parte il 16 gennaio la rassegna dedicata a Raoul Coutard direttore della fotografia dei film di Jean-Luc Godard e Francois Truffaut - in allegato il programma della rassegna da gennaio a giugno



Cinemagazzini lanciauna nuova rassegna cinematografica in partnership con filmOff con una serie di proiezioni ai Magazzini Fotografici di Via San Giovanni in Porta 32, che da gennaio a dicembreci accompagneranno in un viaggio attraverso la direzione della fotografia diRaoul Coutard, protagonista del movimento cinematografico della Nouvelle Vague.


Celebre direttore della fotografia francese che negli anni ha lavorato con grandi nomi della cinematografia mondiale come quelli di Francois Truffaut e Jean-Luc Godard. Il suo lavoro è sempre stato associato a quello del movimento della Nouvelle Vague che negli anni ’60 segnò un modo di fare cinema che influenzò tutte le generazioni a venire.


Celebri sono i suoi lunghi piani sequenza di cui è stato spesse volte anche operatore: si ricorda quello famoso di Fino all’ultimo respiro (1959), girato, secondo i racconti di produzione, sopra ad una sedia a rotelle con la macchina da presa tenuta sulla spalla. Sempre per Godard costruì il complesso carrello su cui si basa la lunga sequenza di 9 minuti senza stacchi di Week End - Una donna e un uomo da sabato e domenica (1967), entrata nei libri di storia del cinema come emblema della critica alla società dei costumi degli anni ’60.


Negli ultimi anni aveva continuato a lavorare nell’industria cinematografica francese facendo da direttore della fotografia di Guillaume Nicloux e Philippe Garrel. Meno noti, invece, i suoi film da regista: tre in tutto a partire dall’esordio nel 1970 con Sciuscià nel Vietnam (in originale Hoa-Binh, candidato anche come miglior film straniero agli Oscar e vincitore del premio come miglior opera prima a Cannes), continuando poi con i meno fortunati Commando d’assalto (1980) e S.A.S. à San Salvador (1983).


In una recente intervista a The Guardian ha raccontato come la sua carriera al cinema è iniziata in modo del tutto casuale: arrivò nel 1958 sul set La Passe du Diable di Pierre Schoendoerffer convinto di dover essere impiegato nel reparto produttivo, ma scoprì soltanto in un secondo momento che invece era stato assunto come direttore della fotografia.


Il suo stile però con il tempo è diventato assolutamente riconoscibile, per l’estrema predilezione alla luce naturale e l’uso della camera a mano, fino ad arrivare ad esser stato premiato con il César poco tempo dopo per la fotografia del film L’uomo del fiume (1978) sempre di Pierre Schoendoerffer.


Ilprimo appuntamento della rassegna, previsto per il 16 gennaio 2019, si divide in 3 parti:

h18:30 • proiezione del docufilm del 2006 "Raoul Coutard de Saigon a Hollywood"di Matthieu Serveau - 58min.;


h19:45• Incontro con Cesare Accetta, fotografo e direttore dellafotografia napoletano. Una chiacchierata informale sulla sua carriera e sul suopensiero cinematografico;


h20:30• proiezione del film del 1960 "Fino all’ultimo respiro" di Jean-Luc Godard -89min.


Perinfo e prenotazioni:admin@magazzinifotografici.it - +39 3381971084filmoff.filmoff@gmail.com


10/01/2019, 13:27

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 In ricordo del regista napoletano a 4 anni dalla scomparsa: tra neorealismo e Cinema politico è stato uno dei più grandi innovatori della Settima Arte



Il 10 gennaio 2015 si spegneva nella sua casa di Roma il regista napoletano Francesco Rosi, uno dei più grandi innovatori della Storia del Cinema.

Nato a Napoli nel 1922, come autore si afferma nel 1958 con La sfida, che ottiene il Premio Speciale della Giuria alla Mostra del Cinema di Venezia. In quel film, girato nel mondo della malavita che condiziona il mercato ortofrutticolo di Napoli, come nel successivo I magliari (1959, premiato al Festival di San Sebastián), ambientato tra venditori di stoffe e tappeti ai limiti della legalità, è già presente l’impronta cronachistica che diventerà la caratteristica del suo Cinema.


In Salvatore Giuliano (1961), Orso d’argento a Berlino, l’uso di materiale di repertorio caratterizza uno stile da inchiesta giornalistica di efficacia unica nella Settima Arte, inaugurando un nuovo tipo di cinema politico, documentato e legato alla realtà più scomoda, sempre rivolto a capire il presente anche quando parte da materiali storici.


Nel 1963 Francesco Rosi ottiene la definitiva consacrazione vincendo il Leone d’oro a Venezia con Le mani sulla città, film-denuncia delle speculazioni e degli scandali durante gli anni della ricostruzione e del boom economico.


Torna a Venezia nel 1970 con un altro film di forte impegno civile, Uomini contro, tratto da Un anno sull’altopiano di Lussu, mostrando uno sguardo privo di retorica della prima guerra mondiale, ma allo stesso tempo caratterizzato dalla condanna netta della stupidità e disumanità di certo "militarismo".


Il caso Mattei (1972), Palma d’oro a Cannes, segna il ritorno allo stile del reportage nella ricostruzione delle vicende del presidente dell’Eni (interpretato da Gian Maria Volonté, premiato nella stessa rassegna con una Menzione speciale), fino alla sua morte in circostanze mai chiarite, gettando una luce inquietante sulle connivenze tra potere politico e oscure trame destabilizzanti.


Il successivo Lucky Luciano (1975), nuovamente con Volonté, ricostruisce gli ultimi anni di vita che il boss trascorre in Italia portando nella tomba i suoi segreti.

La ricerca costante di materiale per sviluppare il suo cinema d’impegno porta Rosi a rivolgersi in carriera a testi letterari. In Cadaveri eccellenti (1976), premio David di Donatello per il miglior film e la miglior regia, tratto da Il contesto di Sciascia, si sofferma sulla spirale del terrorismo e le compromissioni del potere.


Da Carlo Levi trae Cristo si è fermato a Eboli (1979), David di Donatello per il miglior film e la miglior regia, vincitore al Festival di Mosca, premiato come miglior film straniero ai Bafta, gli "Oscar" britannici.


Rosi realizza quindi Tre fratelli (1981), in cui riflette sugli anni di piombo (David di Donatello per la miglior regia e per la miglior sceneggiatura con Tonino Guerra, Nastro d’argento per la miglior regia), e in seguito Carmen (1984) dall’opera di Bizet (David di Donatello per il miglior film e la miglior regia).


Ê poi la volta di Cronaca di una morte annunciata (1987), tratto dall’omonimo romanzo di Gabriel Garcia Márquez (in Concorso a Cannes), Dimenticare Palermo (1990), scritto con Tonino Guerra e Gore Vidal, e La tregua (1997) da Primo Levi, in Concorso a Cannes, premio David di Donatello per il miglior film e la miglior regia.


In gioventù vicino agli esponenti della cultura napoletana del dopoguerra (Patroni Griffi, La Capria, Ghirelli), Francesco Rosi, prima de La sfida, si forma alla scuola di Luchino Visconti, facendogli da aiuto-regista per La terra trema, ruolo che ha ricoperto anche al fianco di Michelangelo Antonioni e Mario Monicelli. 


Da ricordare oltre alle due pellicole dalla narrativa più classica girate tra il 1965 e il 1967, Il momento della verità (sul mondo delle corride) e C’era una volta (con Sofia Loren e Omar Sharif tratto dai racconti di Basile) le sceneggiature scritte da Rosi per Bellissima di Visconti, Processo alla città di Luigi Zampa, Racconti Romani di Franciolini e Il Bigamo di Luciano Emmer.


Nel 1992 gira per la RAI Diario Napoletano, un documentario che a trent’anni dal suo Le Mani sulla Città cerca attraverso testimonianze e immagini di verificare lo stato della città del Vesuvio, di un territorio frutto di quella devastazione cominciata durante il boom economico e proseguita senza interruzione.


«Il legame del regista con Napoli è stato sempre indissolubile così come lo sguardo critico con cui non ha mai smesso di guardare alle storture della propria città natale.


La sua opera e il modo di raccontare avvenimenti del paese in maniera rigorosa a livello morale riuscendo a fare Cinema su temi sociali di stringente attualità  ha influenzato generazioni di cineasti di ogni parte del mondo, e ha reso Rosi figlio di quel Neorealismo nato nel dopoguerra e padre del Cinema politico degli anni ’60 e ’70;


segno distintivo del lavoro del regista napoletano è stata la capacità di raccontare eventi, persone e situazioni reali attraverso ricerca e documentazione continua e scrupolosa, senza mai dimenticare la grande lezione artigianale del buon cinema americano»,  come diceva Fellini.


09/01/2019, 17:24

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"L’invenzione-del-silenzio":-il-Cinema-di-Robert-Bresson-all’ex-Asilo-Filangieri
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 Il 10 gennaio con "Pickpocket" inizia presso l’Asilo il 1° ciclo della rassegna ideata a vent’anni dalla scomparsa di Robert Bresson




Il primo ciclo della rassegna ideata in occasione del ventennale della scomparsa di Robert Bresson, uno dei grandi maestri del cinema del Novecento, si configura come una sorta di rito d’iniziazione a quel "dover essere" del cinema che è proprio il carattere fondativo della materia filmica bressoniana.


I primi sei film selezionati tra le tredici gemme (quattordici, se si conta il corto Affaires publiques) che costituiscono la filmografia di Bresson, e che si intende esplorare per intero nel prosieguo della rassegna, rappresentano altrettante declinazioni della medesima interrogazione: Cosa è stato il cinema di Robert Bresson?


La risposta sgorga dalle sue parole: "Che cos’è il cinema? Ritmi e, al tempo stesso, rapporti, incrociarsi di rapporti, di opposizioni, di colpi, di scambi tra un’immagine e tutte le immagini, tra un’immagine e il suono... Film cinematografici dove le immagini, come le parole del dizionario, non hanno potere e valore che per la loro posizione e relazione...".


Un cinema "puro" che procede secondo un processo di purificazione degli elementi compositivi propri del cinema, dove la riduzione a segno degli oggetti, dei gesti, dei suoni, dei volti mira a una sacralizzazione del particolare che diventa la cifra interpretativa, estetica e ideologica, primaria, e sancisce una dichiarazione d’amore verso il cinema inteso come ricerca.


Ma è anche un linguaggio che scruta, analizza e rende visibile il canto dell’uomo in una messa in scena che punta all’astrazione e allo stesso tempo conserva intatto il senso del reale. L’invenzione del silenzio è un umanesimo.


L’invenzione del silenzio

il Cinema di Robert Bresson - I ciclo


un progetto di

Salvatore Marfella e Ludovica Soreca


PROGRAMMA 

proiezioni presso l’ex-Asilo Filangieri (Vico Maffei, 4 - Napoli)


Giovedì 10 gennaio 2019 ’ ore 20

Pickpocket

Francia, 1959, 75’, v.o. sott. it.

"Ho cercato di filmare, nello stesso tempo, i gesti di un cinico e la sua lotta con se stesso".


Giovedì 17 gennaio 2019 ’ ore 20

Un condannato a morte è fuggito

(Un condamné à mort s’est échappé)

Francia, 1956, 99’, v.o. sott. it.

"Questa storia è vera, io la racconto com’è, senza inutili ornamenti".


Giovedì 24 gennaio 2019 ’ ore 20

Così bella, così dolce

(Une femme douce)

Francia, 1969, 88’, v.o. sott. it.

Un film sulla parola e sulla sua negazione, antinarrativo e antinaturalistico.


Giovedì 31 gennaio 2019 ’ ore 20

Quattro notti di un sognatore

(Quatre nuits d’un rêveur)

Francia, 1971, 87’, v.o. sott. it.

"Immagini. Come le modulazioni in musica".


Giovedì 7 febbraio 2019 ’ ore 20

Diario di un curato di campagna

(Journal d’un curé de campagne)

Francia, 1951, 110’, v.o. sott. it.

"Tutto è grazia".


Giovedì 14 febbraio 2019 ’ ore 20

Mouchette - Tutta la vita in una notte

(Mouchette)

Francia, 1967, 78’, v.o. sott. it.

"Mouchette è certamente il film di Bresson, che dà al gesto il ruolo più importante".



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